Narges, appello per la sua liberazione PDF Stampa E-mail
Lunedì 11 Giugno 2012 16:56

Narges, appello per la sua liberazione

La Mohammadi (Premio Langer 2009) in carcere in Iran. Il marito: continua la repressione

 

BOLZANO. Forte mobilitazione in Alto Adige per la liberazione di Nasrin Soutodeh e soprattutto di Narges Mohammadi (l’attivista iraniana per i diritti umaniin carcere con gravi problemi di salute), premio Langer 2009, sostenuta da un gruppo di iraniani che vivono a Bolzano e subito fatta propria dai politici, ma non solo. Narges Mohammadi è sposata con Taghi Rahmani, un giornalista che ha passato 14 dei suoi 52 anni in carcere. All’inizio del 2012 ha deciso di trasferirsi in Europa per sfuggire a un nuovo arresto e attualmente vive a Parigi. Ecco quanto afferma il marito di Narges in questa intervista di Ahmad Rafat (l’intero testo verrà pubblicato su un Quaderno della Fondazione Alexander Langer).

Perché Narges è stata arrestata nuovamente?

«Credo che le ragioni siano almeno tre. Una potrebbe essere per esercitare una pressione psicologica perché io rientri nel paese. Un’altra ragione, visto che l’arresto di Narges coincide più o meno con la ripresa dei negoziati con l’Occidente, per far sapere all’opposizione interna, che sulla questione dei diritti umani non ci sarà nessun cambiamento di rotta. L’arresto di Narges inoltre è anche un messaggio all’Occidente, non ci piegheremo alle vostre pressioni per quanto riguarda la situazione interna».

Perché sua moglie, che aveva una condanna a 6 anni sospesa, non ha lasciato il paese insieme a lei e ai vostri due figli?

«Io ho scelto di uscire dall’Iran, non solo perché ho passato già 14 anni in carcere e ne ho altri 7 da scontare, ma soprattutto perché non potevo più svolgere alcuna attività nel Paese. All’estero forse potrò contribuire meglio alla lotta per la democrazia nel mio paese. Narges aveva fatto un’altra analisi. Lei è convinta che come attivista per i diritti umani, può essere più utile rimanendo sul campo. Abbiamo discusso molto, è alla fine io a malincuore ho lasciato il Paese, mia moglie e i miei figli».

In questi ultimi due anni sembra che ci sia un gran via e vai dalle carceri. Come mai? Cos’è cambiato?

«È cambiata la strategia del governo. Grazie all’aumento degli introiti del petrolio e del gas, il governo di Mahmoud Ahmadinejad dispone di un apparato repressivo molto forte, ben strutturato e direi anche ben preparato. Oggi le persone vengono arrestate in massa, ma giudicate a piccoli gruppi, fatta eccezione per alcuni personaggi considerati estremamente pericolosi che vengono fatti entrare ed uscire dal carcere per dare una continuità alla repressione».

Lei che ha passato 14 anni in carcere, potrebbe descrivere la situazione negli anni successivi alla vittoria della rivoluzione, quando fu arrestato per la prima volta?

«Negli anni ’80, fui arrestato con la ridicola accusa di voler rovesciare il regime con mezzi legali. Per la prima volta sentivo definire l’uso di mezzi legali un atto di illegalità. Allora il problema non era tanto la durezza del carcere, che era molto duro, ma la violenza a cui dovevi sottometterti una volta scontata la pena».

Nel 2013 gli iraniani sono chiamati alle urne per eleggere un nuovo presidente. Ahmadinejad ha già ottenuto due mandati e non potrà ripresentarsi. Cosa potrebbe succedere?

«L’Iran è un paese complicato e imprevedibile. E’ ancora presto per fare delle previsioni, sull’elezione del prossimo presidente inciderà in parte l’esito delle presidenziali americane che si terranno a novembre. Influirà il negoziato sul nucleare che ha ripreso dopo un lungo periodo di stallo. Infine l’elemento interno che condizionerà le elezioni del 2013 è la situazione economica. In Iran c’è una classe media di burocrati e dirigenti medi delle aziende che ha un pacchetto di richieste di libertà civili. Questi hanno, a loro favore, il fatto che sono necessari al funzionamento dello Stato, ma proprio perché dipendono economicamente dallo Stato, non si muoveranno fino a quando non saranno sicuri di raggiungere degli obiettivi. In Iran si è creato anche un fronte di poveri, che si allarga giorno dopo giorno. Se questi due settori riusciranno a fare fronte comune, allora le cose potranno cambiare».