"Andiamo oltre Arcore" PDF Stampa E-mail
Venerdì 18 Novembre 2011 13:14

Venerdì, 18 Novembre 2011

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"Andiamo oltre Arcore". Appunti per l'ASSEMBLEA ANNUALE DI ARTICOLO21 del 10 dicembre
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di Ahmad Rafat
"Andiamo oltre Arcore". Appunti per l'ASSEMBLEA ANNUALE DI ARTICOLO21 del 10 dicembre

Beppe Giulietti, nella sua nota sulla prossima assemblea dell’associazione cita un proverbio inglese  secondo il quale per giudicare un budino bisogna mangiarlo. Un proverbio mediorientale recita che il baghlava è più buono perché ha mille strati. Noi in questi anni ci siamo appiattiti sul budino, senza accorgerci che nel mondo c’è anche il baghlava con i suoi mille strati. Oggi Berlusconi non c’è più. Almeno per il momento ha dovuto lasciare il governo del paese, pare  per occuparsi di una nuova emittente. Ora tocca a noi uscire dalla gabbia nella quale abbiamo vissuto negli ultimi anni. Per quasi due decenni, in questo paese si è parlato quasi esclusivamente di Berlusconi, di quello che diceva e faceva (o non faceva), delle sue avventure politiche, delle sue decisioni economiche, e negli ultimi tempi anche delle sue avventure personali.

Personalmente mi sono sentito ostaggio di Berlusconi e del berlusconismo. Appena volevo parlare di qualcosa che non riguardasse Berlusconi, venivo guardato come un “animale strano”. Il mio mondo, il nostro mondo, iniziava e finiva ad Arcore. Il nostro linguaggio era quello dei talkshow, o peggio ancora dei reality.  Aldilà di Arcore, però, c’è tutto un mondo. Quel mondo che spesso non abbiamo visto, non abbiamo voluto vedere, oppure non ci hanno fatto vedere. Aldilà di Arcore c’è per esempio la Siria, dove secondo le Nazioni Unite, dal mese di marzo a fine ottobre  3.500 persone hanno perso la vita. Non sono morti a causa di un terremoto e nemmeno uccisi da chissà quale virus letale. Sono 3500 persone che sono morte mentre pronunciavano una sola parola: libertà.

Brutta parola libertà. Basta pronunciarla e si può morire, finire in carcere, perdere tutto quello che si ha. E’ successo nella Repubblica Islamica dell’Iran, dove il noto regista Jafar Panahi, Leone d’Oro a Venezia nel 2000 con “Il Cerchio”, è stato condannato a 6 anni di carcere e 20 di interdizione dall’esercizio della propria professione, per aver pensato, senza pronunciarla, la parola libertà. Ha pensato di essere libero, di poter liberamente girare un film, con collaboratori liberamente scelti e sulla base di una sceneggiatura scritta liberamente, ed è finito in carcere.
All’assemblea del 10 dicembre, vorrei che parlassimo non solo di come cancellare i danni di tanti anni di berlusconismo, ma anche di cose che in questi anni abbiamo quasi ignorato.

Parlare per esempio di libertà e di diritti negati. Diritti negati non solo altrove, ma anche a casa nostra. I diritti negati, a chi arrestato per qualche grammo di droga, entra in carcere con i propri piedi ed esce dentro una bara. Diritti di chi è nato o cresciuto in Italia, si considera in tutto e per tutto un italiano, ma l’Italia continua a considerarlo uno straniero. Diritti di chi viene a lavorare in Italia, e contribuisce alla nostra crescita italiana, ma ci trova così ingenerosi che dettiamo solo doveri, dimenticandoci di diritti. Diritti di chi attraversa mari e monti, mettendo a rischio la propria vita per sfuggire da una dittatura, da una guerra, o semplicemente dalla fame, e noi lo rispediamo in paesi come la Libia, dove nemmeno i suoi cittadini godevano di alcun diritto. Eppure il diritto di asilo è sancito dalla nostra Costituzione, (Comma 3 dell’articolo 10: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge).