Venezia si mobilita per il cinema iraniano. Intervista con il direttore della Mostra Marco Muller PDF Stampa E-mail
Venerdì 09 Settembre 2011 12:54
Venezia si mobilita per il cinema iraniano. Intervista con il direttore della Mostra Marco Muller
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di Ahmad Rafat

Venezia si mobilita per il cinema iraniano. Intervista con il direttore della Mostra Marco Muller

Continuano le adesioni all’appello lanciato da Articolo 21 e promosso da diverse personalità del mondo del cinema e della cultura come Marco Bellocchio, Roberto Saviano, Luciano Sovena, Franco Scaglia, Mimmo Calopresti, Monica Maggioni e Barbara Cupisti. Le 3 giornate dedicate al “Cinema e Diritti Umani”, durante le quali, come evento fuori programma sono stati proiettati film come “Tahrir 2011”, “Io sono: storie di schiavitù” e “This is Not a Film” si concluderà sabato 10 con un dibattito presso lo spazio Cinecittà Luce all’Hotel Excelsior. Al dibattito prenderanno la parola diverse personalità del mondo del cinema e della cultura, così come rappresentanti delle istituzioni internazionali.

A proposito di queste giornate e abbiamo chiesto l’opinione di Marco Muller, direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Direttore Muller, la Mostra quest’anno presta particolare attenzione ai diritti umani...
Stiamo continuando, in qualche modo, un discorso iniziato da tempo. Se ci si mette per fare il programma della Mostra, in ascolto di quello che i cineasti pensano, sentono e di quello che loro testimoniano come un’urgenza, un’urgenza che ci porta notizie di tutti gli angoli del mondo a questo punto non possiamo che trascrivere non solo queste urgenze ma anche le situazioni di emergenza.  Non siamo soliti far vedere quei tremendi instant movie che vengono fatti a caldo per sfruttare l’attualità di una situazione di emergenza. Abbiamo cercato sempre invece, di privilegiare i film che avevano preso la distanza giusta per farci vedere le cose, sembra quasi un paradosso dire questo e poi far vedere film che vengono dalla Siria,  e che ci parlano di uno sguardo diverso della stessa Siria rispetto a quello che abbiamo sempre visto; ma è vero che anche all’interno del movimento democratico, di quell’embrione che si è creato c’è stato in qualche modo il tempo per distillare una prima sintesi delle esperienze e di farla diventare una serie di film brevi. Del resto la migliore dimostrazione di quanto abbiamo bisogno che il cinema, quello che noi chiamiamo cinema, ci aiuti ad orientarci nelle immagini di quel presente ce la da Tahrir, il film collettivo egiziano. Perché tutti noi pensiamo di sapere tutto quello che è success nella piazza Tahrir, ma basta vedere l’episodio dell’ospedale da campo dei militati per capire fino a che punto qualunque reportage non ci ha mai fatto stare al centro delle cose.

Il cinema si occupa sempre di più di quei diritti che sono definiti fondamentali, censura, schiavitù immigrazione...
Si devo dire che il cinema italiano ha cercato di rendere conto, di quello che continua a succedere, senza però in qualche modo suggerire dei modi per uscire da queste situazioni se non quello di una maggiore apertura alla cultura del dialogo.  Di notizie agli antipodi del nostro paese il cinema, ce ne porta tanti. Abbiamo sempre cercato di seguire un discorso di presenza oppositiva democratica in Iran, e questo lo stiamo facendo da tanti anni anche in Cina, il film cinese di questo anno è uno di quei film che non ha nemmeno bisogno di chiedere allo spettatore di indignarsi soltanto alla fine, come invece succede in tanti film su queste tematiche, che seguono una formula classica, il nostro film sorpresa “People mountain People Sea”, di Cai Shangjun è forse il primo a dire guardate vi spieghiamo attraverso una vicenda umana quali sono le ragioni della rapida crescita economica della Cina; se non si creassero quelle sacche di sottosviluppo non ci potrebbe essere una mano d’opera pronta a tutto, non ci potrebbe essere un capitalismo di rapina costruito così come era possibile dalle nostre parti del mondo, soltanto un secolo fa.

Uno degli ospiti del Festival, Mojtaba Mirtahmasb, il quale avrebbe dovuto presenziare il film da lui realizzato insieme al noto regista iraniano Jafar Panahi, vincitore del Leone d’Oro con “Il Cerchio”, non sarà al Lido. Mentre si apprestava a lasciare Teheran gli è stato impedito di prendere il volo e gli è stato sequestrato il passaporto. Lei ha prodotto film iraniani, conosce bene la situazione di questo paese; come giudica il duro attacco contro il cinema iraniano degli ultimi mesi dove diversi registi e attori sono stati arrestati?
Questo attacco al cinema (iraniano), è anche una delle ragioni per cui non ci sentivamo di far vedere dei film dall’Iran, che non volessero raccontare davvero almeno un pezzo della verità che corrisponde a come si vive lì in questi anni. Abbiamo sempre cercato, a me è successo anche attraverso i film che ho prodotto, di spiegare fino a che punto la carica riformatrice della rivoluzione del 1979 si fosse trasformata in un sistema sempre più autoritario, e devo dire  che vedo anche in quello che sta succedendo in questi ultimi giorni, la conferma di una deriva, che purtroppo negli ultimi tempi non ha fatto che intensificarsi, che i cineasti iraniani hanno cominciato a vivere sulla loro pelle già dalla fine degli anni 90. L’Iran è presente nei programmi della Mostra anche attraverso il film di Monica Maggioni, in cui le vicende di chi prova a pensare facendo girare il cervello all’indietro rispetto al consueto giro,  sono raccontate molto bene.